Final negotiation: autoethnography

Acc…ho appena perso tutto il post…mannaggia..

provo a ricominciare d’accapo ma immagino di non potere trasmettere la stessa cosa…

Ieri sono stata a un interessante incontro di sociologia della salute in cui si è discusso del rapporto tra discipline come la sociologia e le narrazioni – intese come metodo di indagine e di ricerca.

L’incontro è stato particolarmente stimolante perchè si sono alternati interventi teorico-epistemologici – come quello di Nigris – e interventi più operativo empirci come quello di Marzano, che ha fatto di una sua espereinza personale l’incipit di uno studio esplorativo sulle narrazioni in situazioni di malattia cronica.

Ecco, questo intervento mi offre lo spunto per approfondire un approccio metodologico che sta prendendo sempre più piede: l’autoetnografia.

La prima a utilizzarlo è stata Caroline Ellis che ha raccontato l’esperienza di perdita con un rigore metodologico senza perdere l’intimità, la soggettività e la riflessività tipica di una autonarrazione.

Vengono spontanee alcuni spunti critici sulla validità metodologica dis studi di questo tipo..però mi sento di ocndividere una frase di John Grady suil metodo visuale  -altro approccio molto qualitativo – che ci ha suggerito “siate metodici” e non necessariamente troppo metodologici

Per saperne di più..qualche link utile:

 

http://www.haussite.net/haus.0/SCRIPT/txt2001/01/russel.HTML

http://www.ualberta.ca/~iiqm/backissues/2_1/pdf/holt.pdf

Final negotiation: autoethnographyultima modifica: 2008-06-17T10:10:00+02:00da ale_mika
Reposta per primo quest’articolo

2 pensieri su “Final negotiation: autoethnography

  1. non ci credo: cerco su google autoetnografia e il terzo link cos’è? il post del blog della mia amica immaginaria. a me piacerebbe applicare questo metodo sull’esperienza del consumo mediale, anche come esercizio da proporre a studenti di Scienze della Comunicazione. cosa ne pensi?
    ma soprattutto, che differenza c’è con l’autonarrazione?

  2. Certo..capisco che dato che tutti siamo consumatori mediali, alla fine ogni riflessione potrebbe apparire una sorta di autoetnografia – cioè un’auto-osservazione da cui non possiamo staccarci – ma non credo che il concetto sia così generalizzabile…
    Noi una volta abbiamo fatto un esercizio simile con iragazzi della specialistica: dovevano usare l’osservazione per riflettere su un particolare tipo di consumo mediale – e dunque di pubblico. Un gruppo di ragazzi ha scelto di analizzare dei filmati prodotti da loro stessi tempi addietro che li riprendeva – riprendeva tutto il gruppo – mentre guardavano lost in inglese scaricato da internet…
    è stato divertentissimo…
    l’autoetnografia è lo studiare qualcosa di cui tu sei parte..ad esempio in final negotiation lei studia l’elaborazione del lutto anticipato analizzando il suo diario relativo a un particolare periodo della sua vita che riguardava un lutto anticipato..lei era il suo oggetto di studio…diciamo che l’autonarrazione può essere uno strumento dell’auto-etnografia…ma non si esaurisce in essa…
    non so se sono stata chiara…che bello che ti interessi anche tu di queste cose :))
    un baciocchio e ripassa quando vuoi 🙂

Lascia un commento